Risarcimento del danno per illegittimo esercizio del potere di scioglimento dei Consigli Comunali ex art. 143 D.lgs. n. 267/2000.

T.A.R. Lazio Roma, sez I,17 giugno 2013 n. 6017

In tema di responsabilità per fatto illecito ex art. 2043, perché possa essere riconosciuto a carico della Pubbilca Amministrazione l’obbligo del risarcimento è necessario che il soggetto che agisce in giudizio fornisca la prova relativamente alla lesione della situazione soggettiva tutelata dall’ordinamento, alla sussistenza del danno ingiusito, del nesso causale tra condotta ed evento e non da ultimo dell’elemento soggettivo (dolo o colpa) del soggetto verso cui l’azione è proposta, ovvero nel caso di specie dell’amministrazione. In mancanza di tali requisiti non è ammissibile la domanda di risarcimento del danno a carico dell’autorità pubblica anche laddove sia stata acclarata l’illegittimità dell’atto amministrativo.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 3003 del 2011, proposto da:****, ****, ****, ****, ****, ****, ****, ****, ****, rappresentati e difesi dagli avv.ti****, ****, ****, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Roma, via F.****, n. *; 

contro

Ministero dell'interno, Presidenza del Consiglio dei ministri, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso la cui sede domicilia in Roma, via dei Portoghesi, n.12; 

per

il risarcimento dei danni subiti dai ricorrenti a causa dello scioglimento del Consiglio Comunale di Strongoli (Crotone), disposto ai sensi dell’art. art. 143 del d.lgs. 267/00 con D.P.R. 3 settembre 2003.


 

Visto il ricorso;

Visto l’atto di costituzione in giudizio delle intimate amministrazioni;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del 5 giugno 2013 il cons. Anna Bottiglieri e uditi per le parti i difensori come da relativo verbale;

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.


 

FATTO

Con l’odierno ricorso i ricorrenti domandano la condanna delle intimate amministrazioni al risarcimento dei danni subiti a causa dello scioglimento del Consiglio Comunale di Strongoli per la durata di diciotto mesi, disposto ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000 con decreto del Presidente della Repubblica del 3 settembre 2003 per la rilevata esistenza di condizionamenti e infiltrazione della locale criminalità organizzata nell’attività amministrativa e gestionale dell’Ente, ciò che ha comportato la loro decadenza dalle cariche di consiglieri, assessori, presidente del Consiglio Comunale.

A sostegno della domanda risarcitoria rappresentano i ricorrenti di aver proposto, unitamente al Sindaco, impugnativa innanzi al Tar Calabria avverso il predetto provvedimento di scioglimento.

L’adito Tribunale perveniva al rigetto del ricorso con sentenza n. 980/2004.

La statuizione veniva però riformata dal Consiglio di Stato con la decisione n. 5878/2005 che, accogliendo il ricorso, accertava l’illegittimità del disposto scioglimento.

I ricorrenti espongono, per un verso, che l’annullamento in sede giurisdizionale degli atti che hanno determinato lo scioglimento della detta amministrazione comunale non avrebbe eliso tutti i gravi pregiudizi da loro subiti per effetto dell’illegittimità degli atti stessi; per altro verso, che sussisterebbero tutti gli elementi per la condanna delle amministrazioni che hanno condotto l’azione amministrativa di cui trattasi al richiesto risarcimento, ritenendo palese sia il nesso di causalità tra il provvedimento annullato in sede giurisdizionale e i pregiudizi patiti, sia la colpa dell’amministrazione, ravvisabile nella violazione delle norme sostanziali che disciplinano il potere di scioglimento ex art. 143 del d.lgs. 267/2000, che, nella fattispecie, sarebbe stato esercitato con palese deviazione dal suo fine istituzionale, in carenza dei necessari presupposti, e sulla base di una carente istruttoria e con ponderazione illogica, come accertato in sede di appello. La colpa dell’amministrazione emergerebbe in particolare dalle omissioni, illogicità e contraddizioni con consolidata giurisprudenza stigmatizzate nella ridetta sentenza di appello favorevole ai ricorrenti.

Da qui la domanda di condanna dell’amministrazione al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali sofferti, così elencati e quantificati:

- danno da perdita di indennità per la carica di assessore subito da ****per 14.525,40 €, da ****e ****per 13.073,00 € ciascuno, da **** e ****per 26.145,60 € ciascuno, da ****per 4.415,80 €;

- danno all’onore, alla reputazione, all’immagine subito da tutti i ricorrenti in ragione di 30.000,00 € ciascuno;

- danno relativo alla carriera politica, subito da tutti i ricorrenti in ragione di 20.000,00 € ciascuno;

- danno relativo alla vita familiare e sociale, subito da tutti i ricorrenti in ragione di 10.000,00 € ciascuno;

- danno relativo alle sofferenze fisiche e psichiche patite, subito da tutti i ricorrenti in ragione di 10.000,00 € ciascuno.

Il Ministero dell’interno e la Presidenza del Consiglio dei ministri, costituiti in resistenza, domandano il rigetto del ricorso, escludendo, in via principale, la sussistenza nella fattispecie dell’elemento soggettivo della colpa, e sostenendo, in via subordinata, alla luce dei principi generali desumibili dalla statuizione n. 3/2011 dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato e dell’art. 1227, comma secondo c.c., che i danni asseritamente patiti dal ricorrente non sarebbero causalmente ovvero esclusivamente riconducibili al provvedimento annullato. L’amministrazione eccepisce altresì in ulteriore subordine la mancata prova delle singole voci di danno e l’insussistenza dell’illiceità da cui sola discende la risarcibilità dei danni non patrimoniali.

Parte ricorrente affida a memorie lo sviluppo delle proprie tesi difensive, anche eccependo la tardività delle difese dell’amministrazione e confutandole nel merito.

La controversia viene trattenuta in decisione alla pubblica udienza del 5 giugno 2013.

DIRITTO

1. Parte ricorrente ha adito questo Tribunale al fine di ottenere la condanna della Presidenza del Consiglio dei ministri e del Ministero dell’interno al risarcimento dei danni subiti a causa dello scioglimento del Consiglio Comunale di Strongoli, disposto, in costanza di svolgimento delle loro cariche di consiglieri, assessori, presidente del Consiglio Comunale, con decreto del Presidente della Repubblica del 3 settembre 2003, per l’asserita esistenza di condizionamento e infiltrazioni della locale criminalità organizzata.

I ricorrenti narrano di aver proposto impugnativa contro il provvedimento di scioglimento al Tar Calabria, che respingeva il ricorso con sentenza n. 980/2004, mentre il Consiglio di Stato, adito in sede di appello, con la decisione n. 5878/2005 ne decretava l’illegittimità.

Tanto premesso, i ricorrenti espongono, per un verso, che l’annullamento in sede giurisdizionale degli atti che hanno determinato lo scioglimento della detta amministrazione comunale non avrebbe eliso tutti i gravi pregiudizi da loro subiti per effetto dell’illegittimità degli atti stessi; per altro verso, che sussisterebbero tutti gli elementi per la condanna delle amministrazioni che hanno condotto l’azione amministrativa di cui trattasi al richiesto risarcimento, ritenendo palese sia il nesso di causalità tra il provvedimento annullato in sede giurisdizionale e i pregiudizi patiti, sia la colpa dell’amministrazione, ravvisabile nella violazione delle norme sostanziali che disciplinano il potere di scioglimento ex art. 143 del d.lgs. 267/2000, che, nella fattispecie, sarebbe stato esercitato con palese deviazione dal suo fine istituzionale, in carenza dei necessari presupposti, e sulla base di una carente istruttoria e con ponderazione illogica, come accertato in sede di appello. La colpa dell’amministrazione emergerebbe in particolare dalle omissioni, illogicità e contraddizioni con consolidata giurisprudenza rilevate nella ridetta sentenza di appello favorevole ai ricorrenti.

2. In via pregiudiziale, va respinta l’eccezione di tardività delle difese svolte dall’amministrazione resistente.

Al riguardo, va innanzitutto rilevato che i ricorrenti invocano l’art. 115 c.p.c., disposizione estranea al giudizio amministrativo e comunque inconferente rispetto alla questione sollevata.

Trova invece applicazione nella presente sede, ovvero nell’ambito dell’azione di condanna proposta innanzi al giudice amministrativo, di cui ora all’art. 30 c.p.a., l’art. 73, comma 1 dello stesso c.p.a., che dispone che le parti possono produrre memorie fino a 30 giorni liberi prima dell’udienza.

E alla luce della predetta norma, la memoria erariale di cui si discute, depositata il 4 maggio 2013, risulta tempestiva rispetto all’udienza di discussione della controversia, fissata per il 5 giugno 2013.

3. Nel merito, il ricorso è infondato.

4. Giova premettere che si verte in tema di fattispecie risarcitoria per fatto illecito ex art. 2043 c.c., ciò che richiede che venga provata e allegata, dal soggetto che agisce in giudizio, oltre che la lesione della situazione soggettiva di interesse tutelata dall'ordinamento, la sussistenza di un danno ingiusto, del nesso causale tra condotta ed evento, e non da ultimo la colpa o il dolo del soggetto verso cui l’azione è proposta, nella specie quindi dell'amministrazione.

In punto di elemento soggettivo, i ricorrenti hanno qui dedotto la colpa dell’amministrazione, che ha rinvenuto nella violazione delle norme sostanziali che disciplinano il potere di scioglimento ex art. 143 del d.lgs. 267/2000, che, nella fattispecie, sarebbe stato esercitato in carenza dei necessari presupposti, nonché sulla base di una carente istruttoria e con ponderazione illogica.

L’argomentazione non è convincente.

Al riguardo, si osserva che, in tema di responsabilità civile della pubblica amministrazione, l’ingiustizia del danno non può consistere “in re ipsa” nell’illegittimità dell’azione amministrativa, ossia non può discendere automaticamente dall’accertata illegittimità in sede giurisdizionale del provvedimento amministrativo.

Costituisce infatti ius receptum della giurisprudenza amministrativa il principio secondo cui “ai fini dell’ammissibilità della domanda di risarcimento del danno a carico della pubblica amministrazione non è sufficiente il solo annullamento del provvedimento lesivo, ma è altresì necessaria la prova del danno subito e la sussistenza dell'elemento soggettivo del dolo ovvero della colpa; si deve quindi verificare se l'adozione e l'esecuzione dell'atto impugnato sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, correttezza e buona fede alle quali l'esercizio della funzione deve costantemente ispirarsi, con la conseguenza che il giudice amministrativo può affermare la responsabilità dell'amministrazione per danni conseguenti a un atto illegittimo quando la violazione risulti grave e commessa in un contesto di circostanze di fatto e in un quadro di riferimento normativo e giuridico tali da palesare la negligenza e l'imperizia dell'organo nell'assunzione del provvedimento viziato. Ancora, la responsabilità deve essere negata quando l'indagine presupposta conduce al riconoscimento dell'errore scusabile per la sussistenza di contrasti giudiziari, per l'incertezza del quadro normativo di riferimento o per la complessità della situazione di fatto” ( C. Stato, III, 6 maggio 2013, n. 2452; C. Stato, IV, 7 gennaio 2013, n. 23; Tar Puglia, Bari, II, 1° marzo 2012, n. 479; Tar Liguria, Genova, II, 1 febbraio 2012, n. 225).

In altri termini, ove si accerti che l’errore in cui è incorsa l’amministrazione, e dal quale è scaturita l’illegittimità del provvedimento, sia scusabile, la colpa deve ritenersi parimenti esclusa.

Il giudice amministrativo può, pertanto, condannare la pubblica amministrazione al risarcimento dei danni da provvedimento illegittimo quando la violazione risulti grave e commessa in un contesto di circostanze di fatto e in un quadro di riferimenti normativi e giuridici tali da palesare negligenza e imperizia dell’organo nell’assunzione del provvedimento viziato.

Nel caso di specie, in cui, come detto, alla luce della stessa prospettazione ricorsuale, va esclusa ogni ipotesi dolosa, occorre verificare se l’agere amministrativo sia stato caratterizzato da un atteggiamento colposo nei termini sopra esposti.

La risposta a tale quesito è negativa.

Va in primo luogo rilevato che lo scioglimento del consiglio comunale è misura straordinaria i cui presupposti, previsti dal legislatore ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000, sono statuiti per mezzo di una terminologia ampia e indeterminata atta a consentire un'indagine sulla ricostruzione della sussistenza di un rapporto tra gli amministratori e la criminalità organizzata sulla scorta di circostanze che presentino un grado di significatività e di rilevanza di livello inferiore rispetto a quelle che legittimano l'azione penale o l'adozione di misure di sicurezza nei confronti degli indiziati di appartenenza ad associazioni di tipo mafioso o analoghe. (Tar Lazio, Roma, I, 10 giugno 2012, n. 5606; C. Stato, VI, 10 marzo 2011, n. 1547; 21 dicembre 2010, n. 2393).

Un consolidato orientamento giurisprudenziale chiarisce come “lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose non esige, poi, né che la prova della commissione di reati da parte degli amministratori, né che i collegamenti tra l'amministrazione e le organizzazioni criminali risultino da prove inconfutabili; dimostrandosi sufficienti, invece, semplici "elementi" (e quindi circostanze di fatto anche non assurgenti al rango di prova piena) di un collegamento e/o influenza tra l'amministrazione e i sodalizi criminali ovvero è sufficiente che gli elementi raccolti e valutati siano "indicativi" di un condizionamento dell'attività degli organi amministrativi e che tale condizionamento sia riconducibile all'influenza ed all'ascendente esercitati da gruppi di criminalità organizzata” (Tar Campania, Napoli, I, 6 febbraio 2006, n. 1622; Tar Lazio, I, 10 giugno 2012, n. 5606; C. Stato, VI, 6 aprile 2005, n. 1573).

Alla luce delle predette coordinate ermeneutiche, ritenendosi sufficiente l'ostensione di eventi anche di semplice pericolo, con la possibilità di attribuire, pertanto, decisiva rilevanza ad elementi di natura meramente indiziaria, si deve necessariamente riconoscere un'ampia discrezionalità all’amministrazione in ordine alla valutazione degli effetti derivanti dai possibili collegamenti o da forme di condizionamento tra l’ente locale e la criminalità organizzata.

Tale ampia discrezionalità che contraddistingue l’attività di valutazione nella materia sopra illustrata è esplicativa della ratio sottesa all'art. 143 d.lgs. 267/2000, che non risiede nella repressione di illeciti, bensì si colloca in un sistema preventivo di controllo generale riservato allo Stato in ordine a fatti che, per la loro consistenza ed effettività, possano ritenersi idonei a determinare uno sviamento dall'interesse pubblico, che necessariamente deve essere perseguito dall'ente locale, titolare esponenziale degli interessi della propria collettività.

Nel caso di specie, si è trattato di valutare da parte dell’amministrazione materiale raccolto nel corso dell’istruttoria che si presentava non solo di particolare l’ampiezza ed estrema complessità, ma anche tale da poter dar luogo a non univoche interpretazioni, stante l’ampia discrezionalità dell’amministrazione nella materia.

Tale circostanza è confermata dalla pronuncia n. 980/2004 del Tar Calabria che, nel riesaminare in via giudiziale il materiale suddetto, ha ritenuto legittimo l’operato dell’amministrazione.

A sua volta, il Consiglio di Stato, nell’accertare l’illegittimità dello scioglimento, ai sensi dell’art. 143 d.lgs. 267/2000, si è espresso nei termini di una non “corretta lettura degli elementi oggetto di valutazione”.

Tale contesto, ad avviso del Collegio, non fa emergere la presenza di negligenza o imperizia nella condotta dell’amministrazione nel procedimento in esame.

La conclusione non muta pur considerando quanto riferito dai ricorrenti in ordine alle singole mende del provvedimento di scioglimento accertate in sede di appello, che non risultano idonee a rivelare null’altro se non l’esistenza a carico del provvedimento stesso dei vizi che hanno determinato il suo annullamento in sede giurisdizionale.

5. Per tutto quanto precede, accertata nei termini sopra esposti la carenza dell’elemento soggettivo della colpa dell’amministrazione nell’agere relativo alla vicenda che ha condotto all’adozione del provvedimento di scioglimento del Comune di Strongoli, poi annullato in sede giurisdizionale, va respinta la domanda di risarcimento del danno qui avanzata.

Il Collegio ravvisa nondimeno giusti motivi per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

BREVI ANNOTAZIONI

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La sentenza in esame affronta il tema del risarcimento del danno derivante  dall’illegittimo esercizio da parte dell’amministrazione del potere di sciolgimento dei Consigli Comunali ex art. 143 D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, soffermandosi in particolare su uno degli elementi che devono necessariamente sussistere ai fini del riconoscimento della responsabilità aquiliana di cui all’art 2043 cc., ovvero il requisito soggettivo della colpa.

In assenza della prova circa la negligenza, imprudenza e imperizia dell’azione pubblica, il G.A., come avvenuto nel caso di specie, non può condannare l’amministrazione al risarcimento del danno, anche se l’attività esercitata è illegittima.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

Il T.a.r.Lazio Roma ha respinto la domanda avanzata dai ricorrenti (consiglieri, assessori, presidente del Consiglio Comunale) di risarcimento dei danni subiti a seguito dello sciolgimento del Consiglio Comunale, adottato con decreto del Presidente della Repubblica del 3 settembre 2003, per condizionamento e infiltrazioni della locale criminalità organizzata.

La parte motiva della pronuncia de qua si apre con una questione di carattere procedurale, suscitata dall’eccezione di tardività del deposito delle memorie difensive dell’amministrazione formulata dai ricorrenti

Il Tar ha ritenuto di rigettare in via pregiudiziale siffatta doglianza sottolineando come erroneamente i ricorrenti hanno invocato l’art 115 c.p.c., in quanto non applicabile al processo amministrativo ed in ogni caso del tutto incoferente rispetto all’eccezione sollevata.

In particolare, il G.A. ha diversamente considerato operante nel giudizo sottoposto alla sua attenzione, l’art 73 c.p.a. co 1 secondo cui le parti possono produrre memorie sino a 30 giorni liberi prima del’udienza, ed ha di conseguenza accertato la tempestività del deposito della memoria erariale avvenuto il 4 maggio 2013, rispetto all’udienza fissata per il 5 giugno del medesimo anno.

Il Collegio Giudicante è poi entrato nel merito del ricorso, analizzando in primis gli elementi essenziali che devono sussistere nella fattispecie risarcitoria per fatto illecito, di cui all’art 2043 c.c.

Nello specifico, colui che si assume danneggiato è tenuto a provare ed allegare il verifcarsi dell’evento da cui il danno sarebbe scaturito, il nesso eziologico tra condotta ed evento e l’imputabilità del danno al dolo o alla colpa del soggetto agente, nella specie la P.A.

Ancora sul punto il T.a.r. Lazio ha osservato che l’accertata illegittimità dell’azione amministrativa non costituisce da sola la genesi dell’ingiustizia del danno (e del risarcimento).

Detto altrimenti il fatto che il provvedimento amministrativo sia contra legem è elemento necessario, ma non sufficiente per l’accoglimento della domanda di risarcimento del danno avanzata contro il soggetto pubblico.

A tale conclusione il G.A. giunge tenendo in considerazione quello che è ormai un orientamento consolidato nella giurisprudenza amministrativa per cui la domanda di risarcimento del danno a carico della P.A. è ammissibile, in presenza di un provvedimento giudicato illegittimo, solo se è fornita la prova del danno subito e dell’elemento soggettivo costituito dal dolo o dalla colpa.( Cons. di Stato, sez.III, n. 2452/2013, Cons. di Sato , sez.IV, n. 23/2013, Tar Puglia Bari, sez.II, n. 479/2012, Tar Liguria Genova, sezII. n. 225/2012)

Secondo l’orientamento in parola, infatti, il Giudice per poter affermare la responsabilità dell’amministrazione per danni da attività illegittima deve valutare la condotta del soggetto pubblico calandola in uno specifico contesto fattuale e normativo da cui si possa evincere la negligenza e l’imperizia della P.A. nell’adozione del provvedimento viziato.

In questo senso va esclusa la colpa e, quindi, la responsabilità dell’amministrazione se l’errore che ha determinato l’illegittimità del provvedimento sia scusabile, ossia derivante dalla complessità della situazione di fatto e del quadro normativo applicabile.

Venendo all’esame del caso di specie il Tar Lazio, ha escluso sia l’elemento doloso che quello colposo in capo alla P.A. resistente.

Per quanto attiene al secondo aspetto, il Collegio Giudicante ha chiarito in premessa che il provvedimento di scioglimento del Consiglio Comunale consentito e disciplinato dall’art. 143 del D.lgs. n. 267/2000, costituisce una misura straordinaria che l’amministrazione può adottare quando, a seguito di una specifica indagine, individui un rapporto tra gli amministratori e la criminalità organizzata.

Per giungere a tale conclusione, così come ulteriormente chiarito dalla giurisprudenza, non è necessaria la prova del fatto che gli amministratori abbiano posto in essere dei reati, ma è sufficiente che vi siano elementi indicativi di un condizionamento riconducibile alla criminalità organizzata nei confronti dell’attività pubblica.

Per questo il Tar Lazio, in siffatta materia, ha individuato un’ampia dicrezionalità della P.A. che ben si ricollega alla ratio dello stesso art. 145 D.lgs.  n. 267/2000 che non è quella, appartenente alle norme penalistiche, di repressione dei reati, bensì quella di creare un sistema di controllo preventivo su fatti potenzialmente idonei a sviare l’interesse pubblico che l’ente locale è chiamato a perseguire.

Alla luce di tali considerazioni il G.A. ha inteso escludere la colpa dell’amministrazione, dal momento che la stessa ha dovuto effettuare indagini ampie ed estremamamente complesse e per questo suscettibili di molteplici interpretazioni, e all’esito ha fornito una corretta lettura degli elementi oggetto della sua valutazione.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Con la pronuncia in commento il Tribunale Amministrativo analizza il tema della responsabilità amministrativa per fatto illecito soffermandosi in particolare sull’elemento soggettivo della colpa.

Come è noto, e come peraltro la sentenza stessa ha il pregio di ribadire, perché si possa configurare un illecito extracontrattuale a carico della P.A. si richiedono: una condotta della P.A., il verificarsi di un evento dannoso, il nesso causale tra condotta ed evento e, infine, l’imputabilità del danno al dolo o alla colpa dell’amministrazione.

Per quanto attiene a quest’ultimo profilo di carattere soggettivo, giova precisare che non vi è nel nostro ordinamento una clausola generale di colpevolezza dell’Amministrazione, tuttavia come osservato in proposito da alcuni autori, tale carenza non può essere interpretata nel senso di addebitare la responsabilità risarcitoria alla P.A. in senso oggettivo.

Sul punto a ben guardare l’art. 30 c.p.a. , in tema di danni da silenzio o ritardo dell’amministrazione al comma 4 fa riferimento al danno che sia la conseguenza “dell’inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento”, mentre al comma 3 prevede che il giudice debba in sede di risarcimento effettuare la “valutazione del comportamento complessivo delle parti”.

Alla luce di tale disposizione, che reca al primo comma anche il richiamo all’ingiustizia del danno, pur in assenza di una specifica norma, si può correttamente ritenere che stante l’adesione al modello della tutela aquiliana, non può prescindersi dal requisito soggettivo per affermare la responsabilità della P.A.

Profondamente innovatrice anche in relazione al profilo in parola, è stata la celebre sentenza della Cassazione n. 500/1999, con la quale si è affermato che l’annullabilità del provvedimento amministrativo non implica l’automatica responsabilità del soggetto pubblico che lo ha emanato.

Occorre, cioè, a detta della Corte, verificare comunque la presenza di un quid minimum di colpevolezza in capo alla P.A. nell’adozione dell’atto illegittimo, che consiste nella violazione delle regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione a cui la funzione amministrativa deve ispirarsi.

Più di recente, la giurisprudenza, ribadendo che l’illegittimità del provvedimento amministrativo può rappresentare solo un indizio circa la colpa della P.A, si è sforzata di individuare parametri più concreti da utilizzare nell’accertamento della responsabilità pubblica.

In particolare il Consiglio di Stato ha preso in considerazione: il grado di chiarezza e precisione della norma violata; l’ampiezza del potere discrezionale in capo all’amministrazione, il carattere intenzionale o meno della violazione, la presenza di un indirizzo giurisprudenziale consolidato sul tema ed infine la novità della questione trattata (Cons di Stato Sez.VI n.775/2009).

Con qualche minima variazione la sentenza del T.a.r. Lazio in esame accoglie tale impostazione e valuta l’operato dell’amministrazione (provvedimento di scioglimento del Consiglio Comunale) proprio soffermandosi sulla particolare ampiezza ed estrema complessità della materia in cui la stessa si è dovuta muovere fornita di un’ampia discrezionalità.

Alla luce di tali valutazioni, ha escluso qualsivolgia negligenza e imperizia in capo alla P.A. nel procedimento in esame.

 

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