Presupposti e limiti di risarcibilità del danno da tardiva assunzione del pubblico dipendente

T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. III, 3 luglio 2014, n. 1742

 

In ipotesi di responsabilità risarcitoria della P.A. da tardiva assunzione del pubblico dipendente, il danno risarcibile può essere quantificato equitativamente - ai sensi del combinato disposto degli artt. 2056, commi 1° e 2°, e 1226 c.c. - in una somma pari al cinquanta per cento delle retribuzioni che sarebbero state corrisposte nel periodo intercorrente tra la data della mancata assunzione e quella dell’effettivo collocamento in servizio, con esclusione della parte variabile della retribuzione relativa alle funzioni, nonché di quanto, a qualsiasi titolo, percepito nel medesimo periodo per attività lavorative.

Nondimeno, il risarcimento deve essere congruamente ridotto allorquando si accerti che il ricorrente, in violazione del cd. duty to mitigate di cui all’art. 1227 c.c., si sia volontariamente astenuto dallo svolgimento di attività lavorative in attesa dell’assunzione.

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia

(Sezione Terza)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2530 del 1999, proposto da **** rappresentato e difeso dall'Avv. **** , con domicilio eletto presso il suo studio in Palermo, via G. di Marzo n. 10; 

contro

- l’Assessore alla Presidenza della Regione Siciliana, in persona dell’Assessore pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato presso i cui uffici è domiciliato per legge in Palermo, via A. De Gasperi n. 81; 

per la condanna

della resistente Amministrazione regionale al risarcimento, in favore del ricorrente, del danno da mancata retribuzione nella misura di lire 40.000.000 (quarantamilioni) «o in quella maggiore e minore somma che sarà ritenuta di giustizia, oltre agli interessi al tasso legale dalla data di costituzione del credito a quella dell’effettivo soddisfo, ed al danno da svalutazione monetaria».


 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio dell’Assessore alla Presidenza della Regione Siciliana;

Vista la memoria difensiva della parte pubblica;

Visto il decreto decisorio n. 5208/2012 con il quale è stata dichiarata la perenzione del ricorso e la susseguente revoca disposta con decreto decisorio n. 819/2013;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore il dott. Giuseppe La Greca;

Uditi nell’udienza pubblica del 28 aprile 2014 i difensori delle parti presenti, come da verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


 

FATTO e DIRITTO

1.1.- L’Arch. **** ha partecipato al concorso pubblico per la copertura di 45 posti di architetto presso l’Ufficio del Genio civile di Palermo, indetto ai sensi dell’art. 15 della l.r. n. 26 del 1986, nel quale si è definitivamente collocato al 47° posto della graduatoria di merito.

Con ricorso proposto dinanzi a questo T.A.R. egli ha impugnato la graduatoria di che trattasi; all’esito della controversia, con sentenza n. 824/93 il Tribunale ha concluso per l’illegittimità della stessa nella parte in cui ha collocato il medesimo ricorrente al 47° posto anziché al 45°.

La ragione di illegittimità della graduatoria è stata accertata dal Tribunale nella mancata valutazione, quale titolo di preferenza ai sensi dell’art. 5, comma 4, del d.P.R. n. 3 del 1957 (Testo unico degli impiegati civili dello Stato), dell’attestato comprovante la condizione del ricorrente di figlio di invalido militare di guerra.

1.2.- La mancata attribuzione del 45° posto sin dall’origine ha impedito al ricorrente di essere collocato in posizione utile all’immediata assunzione la quale, mentre per gli altri concorrenti vincitori è avvenuta a far data dal 1° giugno 1989, per il ricorrente è avvenuta il giorno 1 marzo 1991 (cfr. decreto assessoriale n. 759/96, pag.1, allegato 7 produzione di parte ricorrente).

2.1.- Il ricorrente ha proposto dinanzi al giudice ordinario azione risarcitoria nei confronti dell’Amministrazione regionale al fine di ottenere la riparazione del pregiudizio derivatogli dalla ritardata immissione nel ruolo impiegatizio della Regione conseguente all’illegittima determinazione amministrativa poi annullata dal T.A.R. In particolare, egli ha lamentato l’illegittima ritardata assunzione a seguito del concorso con conseguente risarcimento dei danni per le retribuzioni non percepite e per l’asserita lesione dell’aspettativa all’impiego pubblico che gli avrebbe impedito di espletare la libera professione.

2.2.- Con sentenza n. 3600/97 il Tribunale di Palermo ha dichiarato infondata la domanda sotto il profilo della lesione dell’aspettativa all’assunzione all’impiego pubblico ed ha dichiarato il difetto di giurisdizione del Giudice ordinario in favore del Giudice amministrativo quanto alla domanda risarcitoria correlata al mancato espletamento del servizio presso la p.a.

2.3.- Tale ultima domanda è stata quindi riproposta dinanzi a questo T.A.R. con il ricorso oggetto di odierna trattazione. Il ricorrente ha, pertanto, reiterato la richiesta risarcitoria per il pregiudizio (da lucro cessante) conseguente alla mancata prestazione del servizio presso l’ Amministrazione nel periodo compreso tra il giorno 1 giugno 1989 ed il giorno 28 febbraio 1991.

3.- Si è costituita in giudizio la Presidenza della Regione Siciliana la quale ha eccepito l’inammissibilità del ricorso in ragione della mancata impugnazione dei provvedimenti che hanno riconosciuto soltanto la decorrenza giuridica del servizio dal giorno 1 giugno 1989 (e non anche quella economica); essa ha concluso per l’infondatezza delle domande nel merito.

4.- All’udienza pubblica del 28 aprile 2014, presenti i procuratori delle parti che si sono riportati alle già rassegnate domande e conclusioni, il ricorso, su richiesta degli stessi, è stato trattenuto in decisione.

5.- Va preliminarmente disattesa l’eccezione tesa a revocare in dubbio l’inammissibilità del ricorso per mancata impugnazione delle determinazioni con le quali la p.a. ha provveduto alla costituzione del rapporto di impiego con esclusione del pagamento delle retribuzioni per periodo di mancata prestazione del servizio.

In controversie quali quella per cui è causa, caratterizzate dalla circostanza che il dipendente pubblico, vincitore di concorso, non sia stato inserito nella dotazione organica della p.a. nei tempi in cui avrebbe dovuto esserlo, deve essere distinta la domanda tendente ad attenere una restitutio in integrum, la quale presuppone necessariamente l'avvenuto svolgimento dell'attività di servizio, da quella tendente ad ottenere l’accertamento dell’illiceità della condotta della pubblica amministrazione che ha ritardato l’assunzione. In quest’ultima ipotesi si verte su una prestazione risarcitoria a carico della stessa parte pubblica per il pregiudizio correlato al mancato svolgimento (e remunerazione) delle prestazioni lavorative.

Nel caso di specie la richiesta di risarcimento del danno esula dalla sussistenza di un rapporto sinallagmatico tra prestazione lavorativa e controprestazione retributiva, proprio perché il relativo presupposto è che la prima non sia stata resa per colpa del (futuro) datore di lavoro, che risponde quindi a titolo extracontrattuale; colpa che non può certo produrre effetti negativi nei confronti del lavoratore.

La mancata impugnazione degli atti di costituzione del rapporto non costituisce causa ostativa alla proposizione della domanda di parte ricorrente poiché essa ha oggi ad oggetto non una retrodatazione degli effetti economici dell’immissione in ruolo ma la riparazione di un pregiudizio subìto.

6.- Nel merito la domanda è fondata nei limiti appresso specificati.

7.1.- Costituisce ius receptum che in caso di ritardata costituzione di un rapporto di impiego, conseguente all'illegittima esclusione dalla procedura di assunzione, spetta all'interessato il riconoscimento della medesima decorrenza giuridica attribuita a quanti siano stati nella medesima procedura nominati tempestivamente, mentre non può riconoscersi il diritto alla corresponsione delle retribuzioni relative al periodo di ritardo nell'assunzione (cfr., Cons. di Stato, sez. IV, 3 ottobre 2005, n. 5261). Tuttavia, pur non potendo la fictio iuris della retrodatazione mai far considerare come avvenuta la prestazione del servizio, cui l'ordinamento ricollega il diritto alla retribuzione, pena la violazione del principio di corrispondenza tra esercizio dell'attività lavorativa e retribuzione, può spettare relativamente a detto periodo, in presenza dei presupposti di legge di cui all'art. 2043 c.c., il risarcimento del danno.

7.2.- Nel caso di specie sussistono le condizioni in presenza delle quali può dirsi sussistente la responsabilità aquiliana dell’Amministrazione avuto riguardo al carattere colposo della determinazione assunta, il danno cagionato ed il relativo nesso eziologico.

7.3.- Ciò precisato, la condivisa giurisprudenza del Tribunale è ferma nel ritenere che, in ipotesi di tal guisa, «il danno risarcibile può essere quantificato equitativamente, in applicazione del combinato disposto degli atti artt. 2056, commi 1 e 2, e 1226 c.c., in una somma pari al cinquanta per cento delle retribuzioni che sarebbero state corrisposte alla ricorrente nel periodo intercorrente tra la data della mancata assunzione e quella dell’effettivo collocamento in servizio, con esclusione della parte variabile della retribuzione relativa alle funzioni e con esclusione di quanto, a qualsiasi titolo, percepito nel medesimo periodo per attività lavorative» (cfr. sentenza sez. I n. 84 del 2014). Il lavoratore deve anche dimostrare «di non avere potuto rivolgere le proprie energie alla cura di altri interessi e attività lavorative che determinerebbero la detrazione dell'aliunde perceptumsecondo il principio della compensatio lucri cum damno (in tal senso, Cons. St. V, 27 marzo 2013, n. 1749)» (cfr. sentenza sez. III n. 714 del 2014).

7.4.- Bisogna chiedersi se, nel caso di specie, l’allegato pregiudizio, sia pur come sopra quantificato, non debba essere ulteriormente ridotto alla luce della condotta del ricorrente - danneggiato che pure nella vicenda per cui è causa ha mostrato di non adoperarsi per mitigare gli effetti della ritardata assunzione.

7.5.- Va in linea generale ricordato che l’art. 1227, comma secondo, c.c., al quale in tema di responsabilità extracontrattuale l’art. 2056 c.c. rinvia, stabilisce, al primo comma, che «se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate»; al secondo comma che «il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza».

La predetta disposizione, che impone al creditore ed al danneggiato, in relazione alle attività idonee a circoscrivere il pregiudizio subito, solo un generico dovere di correttezza, distingue a seconda che la relativa violazione attenga alla fase produttiva dell'inadempimento contrattuale o dell'evento dannoso extracontrattuale (primo comma), ovvero sia successiva al verificarsi del danno (secondo comma): nel primo caso, l'incidenza del danno grava sul creditore (o sul danneggiato) in proporzione al suo grado di colpa; nel secondo, è esclusa la risarcibilità dei maggiori danni ricollegabili al mancato uso, da parte del suddetto, dell'ordinaria diligenza (Cass., I, sent. n. 1203 del 1984).

L’esame degli atti defensionali versati anche nel giudizio civile riflette l’immagine di un soggetto che non ha pacificamente svolto, in attesa dell’assunzione, attività libero professionale e non l’ha svolta non già perché oggettivamente a ciò impossibilitato ma, come si evince anche dalla sentenza del Tribunale civile di Palermo, in ragione di una sua precisa personale scelta, del tutto scevra da ogni possibile legame eziologico con la mancata tempestiva assunzione.

In tal senso è agevole arguire che la condotta del ricorrente non sia stata improntata a diligenza considerato che egli non si è prodigato, per mitigare il pregiudizio derivante dal contestato ritardo nell’immissione in ruolo.

Ne discende, ai fini della quantificazione del pregiudizio risarcibile, che lo stesso, in applicazione del secondo comma dell’art. 1227 c.c. deve essere ulteriormente dimezzato rispetto a tale percentuale del cinquanta per cento ordinariamente riconosciuta.

8.- Conclusivamente, il pregiudizio risarcibile va quantificato in misura pari al 25% (venticinque per cento) dell’ordinario trattamento economico fisso e continuativo lordo, da calcolarsi a cura dell’Amministrazione resistente, che il ricorrente avrebbe percepito nell’ipotesi di regolare svolgimento delle prestazioni e fino alla concorrenza dell’importo massimo richiesto con l’odierno ricorso. Alla somma risultante da tale calcolo, costituente debito di valore, devono essere applicati gli accessori come per legge.

9.- L’Amministrazione resistente provvederà al pagamento delle somme di che trattasi nel termine di giorni centoventi dalla notificazione a cura di parte della presente sentenza (art. 14, d.l. n. 669 del 1996). Per l’ipotesi di inerzia oltre il termine assegnato va, sin d’ora, nominato commissario ad acta ai sensi dell’art. 34, comma 1, lett. e) cod. proc. amm., il Commissario dello Stato per la Regione Siciliana il quale darà seguito, su istanza di parte, agli adempimenti conseguenti alla presente sentenza nell’ulteriore termine di giorni trenta.

10.- Le spese possono essere, in via d’eccezione compensate avuto riguardo agli specifici profili della controversia.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Terza), definitivamente pronunziando sul ricorso in epigrafe lo accoglie nei sensi e limiti di cui in motivazione e, per l’effetto, condanna la resistente Amministrazione regionale al risarcimento del danno ed al pagamento dei connessi accessori, in favore del ricorrente, come specificato in motivazione.

Dispone le misure attuative del giudicato come nella stessa motivazione indicato; pone il compenso per il commissario ad acta, da liquidarsi con separato provvedimento, a carico della parte pubblica.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 28 aprile 2014.

 

 
 
 

 

BREVI ANNOTAZIONI

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La pronuncia in epigrafe verte sulla responsabilità risarcitoria di un’Amministrazione regionale per i danni cagionati al ricorrente dalla tardiva costituzione del rapporto di lavoro.

Il G.A. siciliano, inquadrata la fattispecie nelle maglie della responsabilità da attività provvedimentale illegittima e, dunque, dell’illecito aquiliano, ha riscontrato la sussistenza dei suoi elementi costituitivi - carattere colposo della determinazione assunta, danno ingiusto, nesso eziologico tra questi intercorrente – e, pertanto, provveduto a liquidare il pregiudizio patito dal ricorrente.

Sul punto, ha reputato di condividere il consolidato orientamento giurisprudenziale alla stregua del quale, nelle ipotesi del tipo di quella esame, non può farsi luogo alla restituito in integrum ai fini economici, oltreché giuridici, pena la violazione del principio di corrispondenza tra retribuzione ed esercizio dell’attività lavorativa; nondimeno, il danno risarcibile può essere quantificato equitativamente - ai sensi del combinato disposto degli artt. 2056, commi 1° e 2°, e 1226 c.c. - in una somma pari al cinquanta per cento del trattamento economico che il ricorrente avrebbe percepito in caso di regolare svolgimento della prestazione lavorativa.

Ciò posto, il Collegio ha precisato che l’ammontare del risarcimento deve essere diminuito allorché si accerti la violazione del dovere -  ex art. 1227 c.c. - di mitigare gli effetti dannosi della ritardata assunzione, circostanza  - questa – inveratasi nel caso di specie, stante il rifiuto da parte del ricorrente di svolgere attività libero professionale in attesa dell’assunzione.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

Il giudizio conclusosi con la pronuncia in commento è stato promosso al fine di accertare la responsabilità risarcitoria di un’Amministrazione regionale per i danni cagionati dalla tardiva assunzione del ricorrente conseguentemente all’illegittima collocazione del medesimo nella graduatoria di merito della procedura concorsuale.

Dapprima, l’azione risarcitoria veniva proposta innanzi al giudice ordinario, affinché condannasse la P.A. al risarcimento dei danni per l’asserita lesione dell’aspettativa all’assunzione, che avrebbe impedito di espletare la libera professione, nonché per la mancata percezione delle retribuzioni nel periodo antecedente alla ritardata immissione nel ruolo impiegatizio della Regione

Quest’ultima domanda veniva, poi, reiterata dinanzi al competente T.A.R., avendo il Tribunale ordinario dichiarato, oltreché l’infondatezza della pretesa correlata alla lesione dell’aspettativa all’assunzione, il difetto di giurisdizione in ordine alla richiesta risarcitoria per il pregiudizio cagionato dal mancato espletamento del servizio presso l’Amministrazione.

Il G.A. siciliano ha accolto il ricorso, preliminarmente disattendendo l’eccezione di inammissibilità, opposta dalla resistente P.A. in ragione dell’omessa impugnazione, da parte del ricorrente, del provvedimento a mezzo del quale si era costituito il rapporto di impiego escludendo il pagamento delle retribuzioni non corrisposte nel periodo di mancata prestazione del servizio.

Invero, il Collegio ha precisato il discrimen che, in siffatte controversie, intercorre tra la domanda di restituito in integrum e la richiesta di risarcimento del danno.

La prima presuppone lo svolgimento dell’attività di servizio, indi, la sussistenza di un rapporto sinallagmatico tra prestazione lavorativa e controprestazione retributiva; viceversa, in fattispecie del tipo di quella in esame, il dipendente tardivamente assunto lamenta il pregiudizio che, a cagione della illecita condotta della P.A., sia conseguito alla mancata esecuzione della prestazione lavorativa. Di talché – ha chiarito il G.A. – l’omessa impugnazione degli atti di costituzione del rapporto di impiego non preclude la proponibilità della domanda risarcitoria, avendo questa a oggetto non la retrodatazione degli effetti economici dell’assunzione, bensì la riparazione del danno da mancata remunerazione.

E infatti, la giurisprudenza è consolidata nel  ritenere che, in caso di ritardata costituzione del rapporto di impiego per illegittima esclusione dalla procedura di assunzione, all’interessato spetta  la  medesima decorrenza degli effetti giuridici attribuita a quanti siano stati nella medesima procedura tempestivamente nominati, ma non anche la retrodatazione degli effetti economici dell’assunzione.

Nondimeno, siffatto assunto non osta acché, in presenza dei presupposti di cui all’art. 2043 c.c., si accerti la responsabilità risarcitoria della P.A.. per il danno cagionato dall’omessa corresponsione delle retribuzioni nel periodo antecedente alla tardiva costituzione del rapporto di impiego.

Nel caso di specie, l’adito T.A.R. ha riscontrato la sussistenza degli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano, quali: il carattere colposo della determinazione assunta, il danno ingiusto, nonché il nesso causale tra questi intercorrente; conseguentemente, ha provveduto a quantificare il danno risarcibile.

Sul punto, ha reputato di condividere l’orientamento giurisprudenziale secondo cui l’ammontare del risarcimento deve essere equitativamente quantificato “… in una somma pari al cinquanta per cento delle retribuzioni che sarebbero state corrisposte nel periodo intercorrente tra la data della mancata assunzione e quella dell’effettivo collocamento in servizio, con esclusione della parte variabile della retribuzione relativa alle funzioni e con esclusione di quanto, a qualsiasi titolo, percepito nel medesimo periodo per attività lavorative” (cfr. T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. I, n. 84/2014).

Ciò posto, il Collegio ha, però, specificato la non integrale riparabilità del danno patito dal ricorrente, stante il disposto di cui all’art. 1227 c.c. che, richiamato dall’art. 2056 c.c. in tema di responsabilità aquiliana, impone al giudice di diminuire il risarcimento secondo la gravità della colpa del creditore concorrente nella produzione del danno e l’entità delle conseguenze che ne siano derivate (comma 1°), fatta salva la possibilità di escludere il ristoro per i nocumenti evitabili con l’ordinaria diligenza (comma 2°).

Invero, il contegno del ricorrente nel frangente anteriore all’immissione nel ruolo impiegatizio della Regione è stato reputato in contrasto con il dovere di correttezza di cui alla menzionata norma, essendo emersa dalle risultanze processuali la sua precisa scelta di astenersi dallo svolgimento di attività libero professionale in attesa dell’assunzione.

In virtù di tanto, l’ammontare del risarcimento, preliminarmente liquidato in misura pari al cinquanta per cento delle retribuzioni spettanti in ipotesi di regolare svolgimento dell’attività lavorativa, è stato decurtato della metà e, così, determinato nella misura del venticinque per cento della predetta somma.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La responsabilità della P.A. da tardiva costituzione del rapporto di impiego per illegittima esclusione dalla procedura di assunzione si inquadra nello schema della responsabilità da attività provvedimentale illegittima.

Com’è noto, quest’ultima postula la sussistenza dei requisiti costitutivi dell’illecito aquiliano ex art. 2043 c.c.; invero, tanto è agevolmente desumibile dalle coordinate tracciate dal codice del processo amministrativo e, segnatamente, dall’art. 30 c.p.a. che, confermando il celebre arresto delle Sezioni Unite n. 500/1999, prevede, quale presupposto della responsabilità, l’ingiustizia del danno, nonché – con precipuo riferimento al danno da ritardo – il dolo o la colpa della P.A., altresì disponendo che, ai fini della determinazione del risarcimento, il giudice debba valutare il complessivo contegno delle parti.

Indi, si arguisce come presupposti imprescindibili della responsabilità dell’Amministrazione siano: l’elemento oggettivo - ovverosia la condotta contra legem della P.A. - l’elemento soggettivo della colpa, il danno ingiusto, da intendersi come lesione della posizione di interesse legittimo vantata dal ricorrente, e, infine, il nesso di causalità – materiale e giuridica – rispettivamente intercorrente tra l’operato illegittimo della P.A. e la lesione della situazione giuridica soggettiva, nonché tra quest’ultima e il pregiudizio patito dal danneggiato.

In disparte l’ormai obliterata tesi della natura contrattuale (rectius da contatto sociale) della responsabilità della P.A., è  interessante osservare come recenti arresti giurisprudenziali abbiano sostenuto la specialità della responsabilità in parola e, pertanto, la non riconducibilità ai modelli contrattuale e aquiliano. Tanto sulla scorta di un duplice ordine di argomentazioni: “… rispetto alla responsabilità civile, quella in esame presuppone che il comportamento illecito si inserisca nell’ambito di un procedimento amministrativo (…) L’esercizio del potere autoritativo non è assimilabile alla condotta di chi – con un comportamento materiale o di natura negoziale – cagioni un danno ingiusto a cose, a persone, a diritti, posizioni di fatto o altre posizioni tutelate, ai fini risarcitori, erga omnes dal diritto privato (e la cui tutela è prevista dagli articoli 2043 e ss. del codice civile). In secondo luogo, rispetto alla responsabilità contrattuale, sono diverse le posizioni soggettive che si confrontano: da un lato, dovere di prestazione (o di protezione) e diritto di credito, dall’altro, potere pubblico e interesse legittimo o, nelle materie di giurisdizione esclusiva, diritto soggettivo”. Sicché – si è dedotto – “… la peculiarità dell’attività amministrativa – che deve svolgersi nel rispetto di regole procedimentali e sostanziali a tutela dell’interesse pubblico – rende speciale, per le ragioni indicate, anche il sistema della responsabilità da attività illegittima” (in terminis, Cons. Stato, Sez. VI, 29 maggio 2014, n. 2792; idem, 27 giugno 2013, n. 3521).

Nondimeno, la pronuncia in commento, nel solco tracciato dalla prevalente giurisprudenza, aderisce con nettezza alla tesi della natura aquiliana, espressamente affermando la sussistenza, nel caso di specie, dei suoi imprescindibili requisiti: il carattere colposo della determinazione assunta, il danno cagionato e il relativo nesso eziologico.

Stanti le peculiarità della fattispecie in esame, giova focalizzare l’attenzione sul profilo concernente l’an  e il quantum del danno risarcibile.

Com’è noto, nelle ipotesi di responsabilità della P.A. per i danni da illegittimo o mancato esercizio dell’attività amministrativa, grava in capo al ricorrente l’onere di provare in modo rigoroso l’esistenza del danno, allegando precise circostanze di fatto. Né, peraltro, è consentito supplire alle lacune probatorie invocando la valutazione equitativa del danno ex art. 1226 – che presuppone l’impossibilità di provare l’ammontare preciso del pregiudizio subito – o la consulenza tecnica d’ufficio che, in tal guisa, assumerebbe carattere meramente esplorativo (ex plurimis, Cons. Stato, Sez. III, 29 aprile 2014, n. 2202; idem, Sez. IV, 15 dicembre 2011, n. 6598).

Ciò posto, in tema di responsabilità risarcitoria da ritardata assunzione del pubblico dipendente, la giurisprudenza è granitica nell’affermare la necessità che venga individuata,  caso per caso, l’entità dei pregiudizi di tipo patrimoniale e non patrimoniale aventi causa nella condotta della P.A. (Cons. Stato, Sez. III, 30 luglio 2013, n. 4020; idem, Sez. IV, 6 luglio 2009, n. 4325; Cass. civ., Sez. Un., 14 dicembre 2007, n. 62282; idem, 21 dicembre 2000, n. 1324). Di talché, in sede di liquidazione del risarcimento, il danno non può essere aprioristicamente identificato nelle retribuzioni non corrisposte, che possono solo assurgere a parametro di commisurazione del pregiudizio patito; e invero, retrodatando gli effetti economici, oltreché giuridici, dell’assunzione, si farebbe luogo a un’inammissibile restituito integrum, sì violando il principio di corrispondenza tra esercizio dell’attività lavorativa e retribuzione.

Illuminanti, sul punto, le parole di un risalente arresto dell’Adunanza plenaria, laddove a chiare lettere si afferma che: “mentre la retroattività degli effetti economici può apparire giustificata dalla arbitraria interruzione di un rapporto già in atto, in cui la qualità e la quantità delle prestazioni impiegatizie sono positivamente note, altrettanto non può dirsi nel caso di una mancata assunzione illegittima; qui l’attribuzione retroattiva del trattamento economico, in aggiunta al riconoscimento del servizio ai fini giuridici, sembra irrealistica, tenuto anche conto che la prestazione lavorativa non è mai avvenuta e che è da supporre lo svolgimento, in quel periodo, di altra attività, idonea alla produzione di un reddito…” (Ad. Plen., 10 dicembre 1991, n. 10).

Quest’ultimo passaggio della pronuncia consente altresì di evincere un ulteriore parametro che deve orientare il giudice nella liquidazione del danno in parola, ovvero la circostanza per cui, nel periodo di mancata assunzione, il soggetto abbia potuto rivolgere le proprie energie alla cura di altri interessi e attività lavorative (Cons. Stato, sez. V, n. 3934/2011; idem, Sez. IV, n. 8020/2010); sicché, in ossequio al principio della compensatio lucri cum damno, l’ammontare del risarcimento deve essere abbattuto in considerazione delle somme percepite per le prestazioni lavorative svolte nel periodo antecedente al tardivo collocamento in servizio.

Alla luce degli esposti principi, il G.A. siciliano, sulla scia della prevalente giurisprudenza (cfr., ex multis, T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I-quater, 25 novembre 2013, n. 10031; Cons. Stato, Sez. III, 30 luglio 2013, n. 4020; idem, Sez. V, 14 febbraio 2013, n. 910) ha quantificato l’obbligazione risarcitoria in via equitativa ai sensi del combinato disposto degli art. 2056 e 1226 c.c. e, segnatamente, nella misura del venticinque per cento della retribuzione non percepita.

 

PERCORSO BIBLIOGRAFICO

F. CARINGELLA, Manuale di diritto amministrativo, VI edizione, Dike giuridica editrice, 2014.

C. RANIELI, Tutela risarcitoria del pubblico dipendente tardivamente assunto a cagione della sua illegittima esclusione della procedura concorsuale, in Il nuovo Diritto Amministrativo, n. 1/2014.

M. DIDONNA, Il risarcimento del danno al soggetto tardivamente assunto dalla P.A., in questa Rivista.

 

 

 

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