Responsabilità della p.a. da attività provvedimentale illegittima: l’assolvimento dell’onere probatorio è indefettibile condizione di risarcibilità del danno

T.A.R. Abruzzo, L’Aquila, Sez. I, 24 novembre 2014, n. 835.

In ossequio al principio generale sancito dal combinato disposto degli artt. 2697 c.c. e 63, comma 1° e 64, comma 1°, c.p.a., nel giudizio risarcitorio che si svolge innanzi al giudice amministrativo non può avere ingresso il c.d. metodo acquisitivo tipico del processo impugnatorio; pertanto, il ricorrente che chiede il risarcimento del danno da cattivo (o omesso) esercizio della funzione pubblica, deve fornire la prova dei fatti base costitutivi della domanda.

Sicché, come sovente chiarito dalla giurisprudenza, la consulenza tecnica d’ufficio non può essere disposta al fine di esonerare la parte dal fornire le prove di quanto assume ed è quindi legittimamente negata dal giudice qualora il ricorrente intenda utilizzarla per supplire alle deficienze delle proprie allegazioni ovvero per compiere un’indagine esplorativa alla ricerca di elementi di fatto o circostanze non provate.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Abruzzo

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 561 del 2008, proposto da G. C., rappresentato e difeso dall'avv. H.S., con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. A. G. in L'Aquila, via Vico Picenze, n.25;

contro

l’Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo (A.R.S.S.A), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliataria per legge in L'Aquila, Complesso Monumentale S. Domenico;

per

il risarcimento dei danni subiti da G. C. per effetto della deliberazione del C.di A. dell’ Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo (A.R.S.S.A) n. 68 del 2001, annullata con sentenza n.196 dell’11 maggio 2007 del Tribunale Amministrativo Regionale per l’Abruzzo, sede di L’Aquila.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio dell’Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo (A.R.S.S.A);

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 29 settembre 2014 la dott.ssa Brunella Bruno e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

A. Con deliberazione del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo (di seguito A.R.S.S.A) n. 54 del 6 novembre 2001 è stata indetta una procedura per il conferimento dell’incarico di componente del Nucleo di Valutazione per le prestazioni dei dirigenti, previsto dall’art. 30, comma 3 della l.r. n. 77 del 1999, composto da tre membri.

B. Alla suddetta selezione ha partecipato anche G. C., unitamente ad altri 13 candidati.

C. Nel corso della procedura, a seguito dell’esclusione delle domande di partecipazione di cinque candidati, il Consiglio di amministrazione ha proceduto all’esame dei restanti nove profili curriculari, concludendo la selezione con l’individuazione dei componenti nelle persone di R. L., F. De N. e M. P.. Tali esiti sono stati formalizzati nella deliberazione del medesimo organo n. 68 del 28 dicembre 2001.

D. Con ricorso iscritto al numero di R.G. 139 del 2002, G. C. ha agito per l’annullamento della prefata deliberazione ed il relativo giudizio è stato definito con la sentenza di accoglimento di questo Tribunale n.196 dell’11 maggio 2007.

E. In considerazione degli esiti del suddetto contenzioso e tenuto conto della preclusione della possibilità di accedere ad un risarcimento in forma specifica, a motivo del rigetto della domanda cautelare e della scadenza dell’incarico nelle more della definizione del giudizio, con il ricorso in epigrafe il C. ha proposto domanda di risarcimento del danno per equivalente.

F. In particolare, la difesa di parte ricorrente ha sostenuto la sussistenza di tutti i presupposti necessari ad integrare la responsabilità dell’amministrazione e, segnatamente, la sussistenza di un comportamento oggettivamente antigiuridico, reso evidente dalla pronuncia di annullamento della deliberazione sopra richiamata, la connotazione gravemente colposa dell’A.R.S.S.A, la lesione di un interesse giuridicamente protetto del ricorrente, tenuto conto della preminenza della propria posizione rispetto a quella degli altri candidati, con la conseguenza che ove la procedura si fosse svolta legittimamente certamente il C. a sarebbe stato prescelto per l’incarico, dovendosi, dunque, ritenere integrato anche il presupposto della sussistenza del nesso causale tra condotta antigiuridica e danno.

G. Su tali basi, parte ricorrente ha richiesto il risarcimento del danno patrimoniale costituito dalla mancata percezione dell’indennità ammontante a lire 25.000.000 per ciascun anno di durata dell’incarico, integrata degli interessi e della rivalutazione monetaria, unitamente al danno da perdita di chance, da quantificare in via equitativa in una misura variabile tra il 50 ed il 70% del danno patrimoniale, ed ai danni morali, esistenziali, alla vita di relazione, curricurali ed all’immagine patiti in conseguenza dell’illegittimo operato dell’ente resistente.

H. L’A.R.S.S.A si è costituita in giudizio, concludendo per la reiezione del ricorso in quanto infondato.

I. All’udienza pubblica del 29 settembre 2014 la causa è stata trattenuta per la decisione.

DIRITTO

1. Il ricorso non merita accoglimento.

2. Il Collegio reputa opportuno, preliminarmente, soffermarsi sugli esiti del giudizio dal quale muove l’esercizio dell’azione risarcitoria in esame.

3. La sentenza di questo Tribunale n.196 dell’11 maggio 2007, è stata emessa, come esposto nella narrativa in fatto, in accoglimento del ricorso proposto da G. C. avverso la deliberazione di approvazione degli esiti della procedura per il conferimento dell’incarico di componente del Nucleo di Valutazione per le prestazioni dei dirigenti, previsto dall’art. 30, comma 3 della l.r. n. 77 del 1999.

4. Se sotto il profilo degli effetti demolitori, la sentenza ha disposto l’annullamento della deliberazione sopra indicata, sotto il profilo complessivo del decisum – rilevante anche ai fini dell’esame in merito alla sussistenza dei presupposti necessari ad integrare la pretesa risarcitoria in esame – è stata espressa una valutazione di illegittimità della procedura nel suo complesso, stante l’omessa predeterminazione di criteri di valutazione intellegibili e trasparenti, l’adozione di modalità di espressione mediante un meccanismo di voto segreto inidoneo ad assicurare anche la verifica in merito alla reale collegialità della selezione e l’assenza di un esame compartivo dei curricula.

4.1. In nessun punto, in particolare, la pronuncia si sofferma sulla posizione del ricorrente e, anzi, viene evidenziata, come sopra rilevato, l’assenza di una valutazione comparativa del profilo professionale dei candidati. In altri termini, sono state accolte le censure dirette a far valere la situazione di interesse strumentale alla regolarità della procedura, rispetto al quale tutti i candidati si trovano nella medesima posizione.

5. Sul piano processuale, inoltre, non risulta che la suddetta pronuncia abbia costituito oggetto di impugnazione in appello e si evidenzia che anche l’ordinanza che ha definito la fase cautelare rigettando la domanda interinalmente proposta dal C. non risulta essere stata appellata.

6. Il Collegio non ritiene la domanda risarcitoria suscettibile di un favorevole apprezzamento.

7. Venendo, infatti, in considerazione l’illegittimità della procedura nel suo complesso in nessun modo può configurarsi, per effetto di siffatta declaratoria di illegittimità, la sussistenza di un danno da mancato conferimento dell’incarico, giacché l’annullamento giurisdizionale degli esiti della selezione non comporta certo, di per sé solo, l’appannaggio dell’incarico in favore dell’odierno ricorrente.

7.1. Ai sensi dell’art. 2697 c.c., la parte che chiede il risarcimento dei danni provocati da illegittimo esercizio del potere amministrativo è tenuto a fornire in modo rigoroso la prova degli elementi costitutivi del danno, tra cui la prova del nesso eziologico e dell’entità del danno oltre che della spettanza del c.d. bene della vita (vale a dire, nel caso che ne occupa, la certezza della nomina in assenza dell’attività illegittima dell’amministrazione ovvero, quanto meno, la ragionevole probabilità di conseguirla secondo un criterio di normalità).

7.2. Nella fattispecie, tale prova non risulta essere stata fornita neanche in relazione alla perdita di chance, la quale, come chiarito dall’univoca giurisprudenza (il che esime da citazioni specifiche), diversamente dal danno futuro, costituisce un danno attuale, che non si identifica nella perdita di una mera eventualità di conseguimento del bene della vita, postulando una situazione presupposta, certa e idonea a consentire la realizzazione del vantaggio sperato, da valutarsi sulla base di un giudizio prognostico e statico, fondato su elementi di fatto allegati dal danneggiato.

7.3. Gli elementi forniti dal ricorrente se evidenziano certamente la sussistenza dei presupposti di ammissibilità alla procedura e di un adeguato profilo curricurale risultano inidonei al suddetto scopo, mancando del benché minimo riferimento al profilo professionale dei cinque candidati, ulteriori rispetto ai tre vincitori della selezione; i relativi curriculum, peraltro, per stessa ammissione di parte ricorrente (pag. 8, quarto capoverso), risultano essere stati anche visionati sicché alcuna preclusione sussisteva in merito alla necessaria articolazione degli elementi di asserita prevalenza del ricorrente anche rispetto a tali candidati, i quali hanno riportato nella procedura illegittimamente svolta, analogamente al C., un punteggio pari a zero.

8. Tali circostanze rendono estremamente incerta una valutazione, sia pure prognostica, in merito agli esiti della selezione, non potendosi ritenere integrata la necessaria prova del danno.

9. Analoghe considerazioni valgono in relazione alle altre voci di danno declinate dal ricorrente, mancando il benché minimo riscontro in merito alla sussistenza dei pregiudizi lamentati.

9.1. Giova segnalare, inoltre, che, come più volte affermato, le finalità proprie della consulenza tecnica d'ufficio, sono quelle di aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze, sicché il suddetto mezzo d'indagine non può essere disposto al fine di esonerare la parte dal fornire le prove di quanto assume ed è quindi legittimamente negato dal giudice qualora la parte tenda con esso a supplire alle deficienze delle proprie allegazioni od offerte di prova ovvero a compiere un'indagine esplorativa alla ricerca di elementi di fatto o circostanze non provati.

10. In conclusione, per le ragioni sopra esposte il ricorso va rigettato in quanto infondato.

11. In considerazione della natura della controversia e tenuto conto anche del limitato apporto fornito dalla difesa dell’ente resistente alla dialettica processuale, il Collegio valuta sussistenti i presupposti per disporre l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Abruzzo (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe indicato lo rigetta.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in L'Aquila nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2014.

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La sentenza ha ad oggetto una fattispecie di responsabilità della P.A. da attività provvedimentale illegittima.

Il Collegio, nello statuire in ordine alla domanda risarcitoria avanzata dal ricorrente, ha ribadito l’assunto, ormai consolidato in giurisprudenza, secondo cui la tutela risarcitoria non può prescindere dalla prova degli elementi costitutivi della responsabilità. Invero, il ricorrente è tenuto a provare tutti i suoi imprescindibili requisiti: condotta contra legem e colpevolezza della P.A., esistenza e quantum del danno, nesso causale intercorrente tra i predetti elementi; pertanto, qualora, come nel caso di specie, sia richiesto anche il risarcimento del danno da perdita di chance, il danneggiato deve allegare elementi di fatto sulla scorta dei quale valutare, mediante un giudizio prognostico, la situazione presupposta, idonea a consentire la realizzazione del vantaggio sperato.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

Il ricorrente, partecipante a una  procedura indetta per il conferimento dell’incarico di componente del Nucleo di Valutazione per le prestazioni dei dirigenti, ha agito in giudizio per il risarcimento dei danni asseritamente cagionati dal provvedimento conclusivo del procedimento, annullato in sede giurisdizionale su istanza del medesimo ricorrente.

Invero, questi, non potendo più accedere al risarcimento in forma specifica per l’intervenuta scadenza dell’incarico nelle more del giudizio impugnatorio, ha proposto domanda risarcitoria per equivalente per il pregiudizio patrimoniale costituito dalla mancata percezione dell’indennità per ciascun anno di durata dell’incarico, nonché per il danno da perdita di chance e, infine, per i danni “morali, esistenziali, alla vita di relazione, curriculari ed all’immagine”.

Segnatamente, a sostegno della pretesa ha addotto la sussistenza di tutti i requisiti costitutivi  della responsabilità della P.A., quali: il contegno antigiuridico e gravemente colposo dell’Amministrazione, emerso anche in sede di annullamento giurisdizionale del provvedimento causativo dell’asserito danno, la lesione dell’interesse giuridicamente protetto del ricorrente, nonché il nesso causale intercorrente tra l’illegittimo esercizio del potere amministrativo e il pregiudizio derivatone.

Il T.A.R. ha respinto il ricorso ponendo in luce un duplice ordine di profili.

Invero, ha preliminarmente chiarito come la sentenza di annullamento del provvedimento fosse intervenuta a censurare non la deliberazione assunta in ordine alla posizione del ricorrente, bensì, più in generale, la procedura di assegnazione dell’incarico complessivamente considerata, stanti l’omessa predeterminazione di trasparenti criteri di valutazione, l’adozione di un meccanismo di voto inidoneo ad assicurare la verifica della collegialità della selezione, nonché l’assenza di un esame comparativo dei curricula.

Il Collegio ha quindi dedotto come l’intervenuto annullamento giurisdizionale degli esiti della selezione non fosse di per sé solo sufficiente a provare la spettanza dell’incarico al ricorrente.

Ciò posto, il G.A. ha focalizzato l’attenzione sul profilo concernente l’onere della prova.

Invero,  a mente dell’art. 2697 c.c., il ricorrente è tenuto a provare in modo rigoroso gli elementi costitutivi della responsabilità risarcitoria, quali: l’entità del danno, il nesso eziologico intercorrente con la condotta contra legem della P.A., nonché la spettanza del bene della vita, ovvero, nel caso di specie, l’attribuzione dell’incarico oggetto della procedura.

E infatti, secondo un assunto ormai consolidato in giurisprudenza, al fine di colmare le lacune probatorie non può neppure invocarsi la consulenza tecnica d’ufficio che, preordinata a fornire al giudice un ausilio nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che richiedano specifiche conoscenze, non può essere disposta al fine di esonerare il ricorrente dall’assolvimento dell’onere probatorio e, in tal guisa, assumere carattere meramente esplorativo.

Poste tali premesse, l’adito T.A.R. ha concluso per il rigetto del ricorso in ragione della lacunosità del supporto probatorio addotto dal ricorrente, insuscettibile di dimostrare la prevalenza rispetto agli altri candidati.

Inoltre, la prova offerta non è risultata sufficiente neppure in relazione al prospettato danno da perdita di chance che, alla stregua di unanime giurisprudenza, costituisce un danno attuale, postulante – come chiarito in sentenza -  una situazione presupposta “certa e idonea a consentire la realizzazione del vantaggio sperato, da valutarsi sulla base di un giudizio prognostico e statico, fondato sugli elementi di fatto allegati dal danneggiato”.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La pronuncia focalizza il tema dell’onere probatorio gravante in capo al soggetto danneggiato dall’attività provvedimentale illegittima della P.A..

Sul punto, occorre premettere come la giurisprudenza sia ormai granitica nel ricondurre la responsabilità in parola nelle maglie dell’illecito aquiliano.

Tale assunto comporta rilevanti implicazioni sul piano pratico, specie sul versante probatorio.

Invero, l’applicazione del regime di cui all’art. 2043 c.c. fa incombere sul ricorrente che agisca per il risarcimento danni un onere probatorio particolarmente intenso, dovendo questi provare la condotta contra legem della P.A., il requisito soggettivo del dolo/colpa a questa imputabile, il danno patito, nonché il nesso eziologico intercorrente tra quest’ultimo e il provvedimento illegittimo.

Non v’è dubbio, dunque, che l’accoglimento della tesi incline a qualificare come contrattuale la responsabilità della P.A. da illegittimo esercizio della funzione avrebbe ridimensionato, non poco, il contenuto della prova, atteso che, in caso di responsabilità per inadempimento, il creditore è tenuto a provare il danno in concreto patito, nonché il titolo del rapporto, ovvero, nella fattispecie in esame, il “contatto” procedimentale intervenuto con l’Amministrazione, gravando, invece, in capo al debitore/danneggiante (la P.A.) l’onere di dimostrare che l’inadempimento è dovuto a causa non imputabile.

Com’è noto, però, il codice del processo amministrativo lascia evincere con tutta evidenza l’intentio legis di connotare coma aquiliana la responsabilità in parola, sicché deve reputarsi ormai obliterato l’indirizzo giurisprudenziale e dottrinario propenso ad applicare lo schema del “contatto sociale amministrativo qualificato”, alla stregua del quale il rapporto tra la P.A. e il privato, socialmente tipico e qualificato dal particolare affidamento riposto nella correttezza dell’agere amministrativo, è suscettibile di fare sorgere in capo all’Amministrazione obblighi di protezione che, se violati, determinano responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c..

Per vero, già prima dell’entrata in vigore del c.p.a., siffatta impostazione si è facilmente esposta alle perplessità di chi ha evidenziato il pericolo di configurare una “responsabilità senza danno” e di  valorizzare eccessivamente gli obblighi procedimentali della P.A., trascurando che la tutela risarcitoria non può prescindere dalla spettanza del bene della vita auspicato dal privato.

Invero, se, alla stregua di quanto sancito dalla famigerata sentenza della Suprema Corte n. 500/1999, nonché, più di recente, dall’Adunanza Plenaria n. 3/2011, l’interesse legittimo non è l’interesse alla legittimità dell’azione amministrativa, bensì “… si rivela posizione schiettamente sostanziale, correlata, in modo intimo e inscindibile, ad un interesse materiale del titolare ad un bene della vita”, allora è agevole dedurre come la responsabilità per lesione dell’interesse legittimo debba necessariamente postulare il vaglio in ordine alla spettanza del bene finale che, come evidenziato anche dalla pronuncia in commento, deve essere provata dal danneggiato.

Sicché, “… per accedere alla tutela è indispensabile, ancorché non sufficiente, che l’interesse legittimo sia stato leso da un provvedimento (o da comportamento) illegittimo dell’Amministrazione reso nell’esplicazione (o nell’inerzia) di una funzione pubblica e la lesione deve incidere sul bene della vita finale, che funge da sostrato materiale dell’interesse legittimo e che non consente di configurare la tutela degli interessi c.d. procedimentali puri, delle mere aspettative o dei ritardi procedimentali, salvo quanto si dirà in prosieguo in ordine alla norma sancita dall’art. 2-bis, L. n. 241 del 1990” (in terminis, Cons. Stato, Sez V, 21 giugno 2013, n. 3405).

E invero, la più recente giurisprudenza delineatasi in materia di danno da ritardo ha parzialmente derogato a siffatta impostazione, sostenendo che, stante il tenore letterale dell’art. 2-bis della L. n. 241/1990, la risarcibilità del danno per inosservanza del termine di conclusione del procedimento prescinde dall’accertamento in ordine alla spettanza del bene della vita.

La predetta opzione ermeneutica è stata fondata non solo sulla valorizzazione dell’obbligo che l’art. 2 della L. n. 241/1990 pone in capo alla P.A., ma, soprattutto, sul presupposto per cui il fattore tempo è di per sé un bene della vita per il privato, in quanto variabile suscettibile di condizionare la predisposizione e attuazione di piani finanziari relativi a qualsiasi intervento, condizionandone la relativa convenienza economica (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 21 marzo 2011, n. 1739; idem, Sez. III, 3 agosto 2011, n. 4639; di segno contrario, Cons. Stato, Sez. VI, 24 gennaio 2013, n. 472; idem, Sez. VI, 28 agosto 2013, n. 4310, secondo cui: “… non si può attribuire autonomo rilievo risarcitorio alla violazione dell’obbligo di comportamento costituito dalla tempestiva definizione di un procedimento amministrativo attivato dall’interessato, indipendentemente dalla soddisfazione dell’interesse finale… Occorre richiamare la valenza del principio dispositivo del processo amministrativo, secondo cui l’accoglimento della domanda presuppone la valutazione circa la spettanza dell’utilità finale sottesa alla domanda stessa e ciò a mezzo di un giudizio prognostico”).

Trova, dunque, conferma l’esposta considerazione secondo cui la tutela risarcitoria postula sempre la sussistenza di un bene della vita vulnerato dalla condotta contra legem del soggetto pubblico, che, in materia di danno da ritardo, è costituito dal fattore tempo in sé considerato.

Come cennato, l’onere probatorio gravante in capo al danneggiato si estende anche alla prova della colpevolezza della P.A..

Sul punto, importanti indicazioni sono state offerte dalle Sezioni Unite n. 500/1999, le quali hanno chiarito come il requisito della colpa debba essere riferito alla P.A. intesa come apparato e non al singolo funzionario, di talché essa consiste nella violazione delle regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione che presidiano l’esercizio della funzione pubblica.

Nondimeno, onde evitare al privato l’onere di una probatio diabolica, la giurisprudenza, in omaggio al principio della vicinanza della prova, concordemente ammette l’operatività delle presunzioni semplici di cui all’art. 2727 c.c. e, così, che l’illegittimità provvedimantale sia idonea a fondare la presunzione di colpa della P.A.,  suscettibile di essere vinta allorché quest’ultima provi l’esimente dell’errore scusabile, desumibile da taluni indici elaborati in sede pretoria, quali: la contrapposizione tra più orientamenti in merito all’interpretazione della norma, l’incerta formulazione di disposizioni da poco entrate in vigore, la rilevante complessità del fatto, la determinante influenza di comportamenti di altri soggetti o, ancora, l’illegittimità derivante da una successiva dichiarazione di incostituzionalità della norma applicata (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 12 febbraio 2013, n. 798; idem,Sez. V, 17 febbraio 2013, n. 798).

Quanto, infine, al versante oggettivo, la giurisprudenza da sempre evidenzia come in ipotesi di responsabilità della P.A. per i danni da illegittimo o mancato esercizio dell’attività amministrativa, spetti al ricorrente fornire in modo rigoroso la prova dell’esistenza e del quantm del danno, allegando circostanze di fatto precise, atteso che “… nel giudizio risarcitorio che si svolge davanti al giudice amministrativo, nel rispetto del principio generale sancito dal combinato disposto degli artt. 2697 c.c. (secondo cui chi agisce in giudizio deve fornire la prova dei fatti costitutivi della domanda) e 63, comma 1° e 64, comma 1°, c.p.a. (secondo cui l’onere della prova grava sulle parti che devono fornire i relativi elementi di fatto di cui hanno la piena disponibilità), non può avere ingresso il c.d. metodo acquisitivo tipico del processo impugnatorio; pertanto, il ricorrente che chiede il risarcimento del danno da cattivo (o omesso) esercizio della funzione pubblica, deve fornire la prova di tutti i fatti base costitutivi della domanda” (in terminis, Cons. Stato n. 3405/2013 cit.).

Peraltro, come sovente precisato (v., ex plurimis, Cons. St., sez. IV, 15.12.2011, n. 6598), la lacuna probatoria riguardante la consistenza del danno per il quale si chiede tutela risarcitoria, non può essere colmata neppure mediante il ricorso alla consulenza tecnica d’ufficio o invocando la liquidazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c., norma applicabile solo allorché sia impossibile provare l’ammontare preciso del pregiudizio patito.

 

 

 

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