Sanzioni antitrust e imprese “monoprodotto”: il Tar Lazio rende una interpretazione restrittiva dei criteri di calcolo della sanzione per violazione della normativa sulla concorrenza di cui alle Linee Guida Agcm del 2014

Tar Lazio, Sez. I, 5 aprile 2016, n. 4098

 

 

Tar Lazio, Sezione I, sentenza 5 aprile 2016, n. 4098

Presidente Ferrari; Estensore Sestini

 

1. In tema di graduazione della sanzione, non può prescindersi da una valutazione di adeguatezza, anche sotto il profilo della deterrenza, in relazione allo specifico caso concreto. Con riferimento alla partecipazione ad una intesa restrittiva orizzontale è quindi necessario applicare, quale parametro di partenza, il “range” del 15-30% del fatturato riferito all’attività sanzionata, alla stregua degli Orientamenti della Commissione UE per il calcolo delle ammende, in ragione della intrinseca rilevante gravità della stessa, in quanto capace di alterare irrimediabilmente il libero gioco della concorrenza, indipendentemente dalle sue concrete ripercussioni sul mercato.

 

2. La commisurazione della sanzione alla oggettiva gravità della partecipazione ad un’intesa orizzontale restrittiva della concorrenza, consentita dall’utilizzo del fatturato interessato come parametro di riferimento, non muta qualora tale fatturato esaurisca o quasi il fatturato complessivo dell’impresa (c.d. impresa mono-prodotto), in quanto anche in tal caso l’impresa sarà ugualmente sanzionata in relazione al fatturato interessato dall’infrazione entro il limite edittale di legge del 10% del fatturato complessivo, al pari di ogni altra impresa.

 

3. La congruità e proporzionalità della sanzione non viene meno avuto riguardo alla natura dell’impresa c.d. mono-prodotto, in quanto in tale ipotesi l'impresa pone in essere l'illecito attendendo di ricavare dalla violazione posta in essere maggiori vantaggi relativi all'intera attività da essa svolta, e quindi per la determinazione della sanzione deve essere utilizzata la medesima base di calcolo, anche al fine di mantenere l’effetto di deterrenza in relazione ai vantaggi ottenibili con il comportamento illecito (TAR Lazio, sent. 9 gennaio 2013, n. 125, Posta elettronica ibrida), in linea con quanto previsto in ambito europeo dagli Orientamenti della Commissione.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Prima)


ha pronunciato la presente


SENTENZA


sul ricorso numero di registro generale 6910 del 2015, proposto da:
Soc. Calcestruzzi Trieste Nord Est Srl, rappresentata e difesa dagli avv. Gian Luca Zampa, Giorgio Candeloro, Alessandro Di Giò, con domicilio eletto presso Gian Luca Zampa in Roma, piazza del Popolo, 18;


contro


Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - Antitrust, rappresentata e difesa per legge dall'Avvocatura Generale Dello Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi, 12;


nei confronti di


Soc. Calcestruzzi Spa;


per l'annullamento


- del provvedimento dell'A.G.C.M. n. 25401, adottato nell'adunanza del 25.03.2015 e notificato in data 8/04/2015;- della comunicazione delle risultanze istruttorie, notificata alla ricorrente in data 21.11.2014, nonché in subordine, per quanto occorra, delle Linee guida sulla modalità di applicazione dei criteri di quantificazione delle sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dall'Autorità in applicazione dell'articolo 15, comma 1, della Legge n. 287/90, adottate dalla stessa A.G.C.M. il 22/10/2014;

Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - Antitrust;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 febbraio 2016 il dott. Raffaello Sestini e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO


[omissis]
21 – A giudizio del Collegio, non sono, altresì, condivisibili le censure di violazione dei principi generali di logicità, ragionevolezza, proporzionalità e graduazione della pena in funzione dell'elemento soggettivo e oggettivo e dei criteri di quantificazione delle sanzioni “antitrust” fissati delle Linee Guida AGCM in argomento e dagli Orientamenti della Commissione per il calcolo delle ammende, in relazione all'irrogazione della sanzione nella misura massima edittale pari al 10% del fatturato.
Si osserva, infatti, che l’invocata graduazione della sanzione secondo i criteri declinati dalla legge n. 689 del 1981 (richiamata dalla legge n. 287 del 1990) non può evidentemente prescindere da una valutazione di adeguatezza, anche sotto il profilo della deterrenza, in relazione allo specifico al caso concreto, e deve quindi avvenire, in un caso -come quello in esame - di violazione delle norme europee di tutela della concorrenza (valore peraltro munito anche di tutela costituzionale ai sensi degli artt. 2 e 41 della Costituzione), alla stregua degli Orientamenti della Commissione UE per il calcolo delle ammende, con la conseguente necessità di applicare quale parametro di partenza il “range” del 15-30% del fatturato riferito all’attività sanzionata, alla stregua della giurisprudenza della Corte di Giustizia che ritiene la oggettiva responsabilità di tutte le imprese partecipanti all’intesa restrittiva orizzontale, che viene valutata di intrinseca rilevante gravità, in quanto capace di alterare irrimediabilmente il libero gioco della concorrenza, indipendentemente dalle sue concrete ripercussioni sul mercato, come detto in precedenza.
22 - Proprio alla stregua dei principi di logicità e ragionevolezza che regolano l'azione amministrativa (artt. 97 Cost., 41 Carta di Nizza e 1 1egge n. 241 del 1990), quindi, il Collegio ritiene che l’AGCM abbia legittimamente dato attuazione ai principi (costituzionali e comunitari) di proporzionalità e graduazione della pena in funzione dell'elemento soggettivo e oggettivo della violazione (artt. 3 Cost., 49 Carta di Nizza e 7 CEDU), applicando le proprie Linee Guida del 2014 e, quindi, un parametro iniziale di calcolo della sanzione pari al minimo edittale comunitario del 15% del fatturato riferito all’attività sanzionata, peraltro poi ridotto, in ossequio al limite edittale posto dalla legge nazionale, al minore importo corrispondente al 10% del fatturato complessivo dell’impresa, restando in tal modo assorbita anche la –minore- riduzione che secondo la ricorrente avrebbe dovuto essere disposta in relazione al grado del proprio coinvolgimento ed al proprio comportamento collaborativo nel corso del procedimento davanti all’Autorità.
La sanzione comminata dall’Autorità nell’osservanza delle proprie linee guida risulta pertanto conforme, da un lato, agli Orientamenti comunitari in materia sanzionatoria e, dall’altro, ai principi comunitari e nazionali di gradualità e proporzionalità della sanzione, misurata nella sua oggettiva gravità secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia in materia di intese orizzontali restrittive della concorrenza.
23 – A tale riguardo, osserva altresì il Collegio che la commisurazione della sanzione alla oggettiva gravità della partecipazione ad un’intesa orizzontale restrittiva della concorrenza, consentita dall’utilizzo del fatturato interessato come parametro di riferimento, non muta qualora tale fatturato esaurisca o quasi il fatturato complessivo dell’impresa (c.d. impresa monoprodotto), in quanto anche in tal caso l’impresa sarà ugualmente sanzionata in relazione al fatturato interessato dall’infrazione entro il limite edittale di legge del 10% del fatturato complessivo, al pari di ogni altra impresa, anche se in realtà la predetta garanzia opererà in modo più incisivo, stante la tendenziale coincidenza fra fatturato specifico e generale e –quindi- la tendenziale automatica riduzione della sanzione massima applicabile al 10% del fatturato specifico, oltreché del fatturato generale, configurandosi in tal modo, a giudizio del Collegio, una fattispecie di favore per la c.d. impresa monoprodotto, peraltro meramente eventuale ed in via di fatto, e quindi priva di alcun rilievo giuridico. Anche il termine “di regola” presente nei predetti Orientamenti comunitari con riferimento al range previsto, osserva il Collegio, è già stata ampiamente declinato dalla prassi applicativa e dalla giurisprudenza comunitarie, che l’hanno riferito alla possibilità di procedere ad una riduzione della sanzione concretamente irrogata qualora, anche in relazione alle condizioni economico-finanziarie dell’impresa, una somma minore risulti a giudizio dell’Autorità procedente comunque sufficiente a garantire l’effetto di deterrenza, con la conseguente attribuzione di un ampio margine di discrezionalità, sindacabile da questo Giudice solo sotto il profilo della ragionevolezza.
24 – In altri termini, la congruità e proporzionalità della sanzione impugnata a giudizio del Collegio non viene meno neppure avuto riguardo alla natura dell’impresa c.d. mono-prodotto, in quanto in tale ipotesi l'impresa pone in essere l'illecito attendendo di ricavare dalla violazione posta in essere maggiori vantaggi relativi all'intera attività da essa svolta, e quindi per la determinazione della sanzione deve essere utilizzata la medesima base di calcolo, anche al fine di mantenere l’effetto di deterrenza in relazione ai vantaggi ottenibili con il comportamento illecito (TAR Lazio, sent. 9 gennaio 2013, n. 125, Posta elettronica ibrida), in linea con quanto previsto in ambito europeo dagli Orientamenti della Commissione, al cui punto 32 è previsto che «L'importo finale dell'ammenda da infliggere a ciascuna impresa e associazione di impresa che ha partecipato all'infrazione non deve in ogni caso superare il 10% del fatturato totale realizzato nel corso dell'esercizio sociale precedente, come stabilito all'art. 23, par. 2, del reg. CE n. 112003». Solo ove detto ammontare finale superi il limite edittale, pertanto, la Commissione - come l'Autorità - è tenuta ad applicare una decurtazione dell'importo eccedente, ed in tal senso si è espressa più volte anche la giurisprudenza nazionale (per tutte, Cons. Stato, sentenza del 4 settembre 2014, n. 4506, Albini & Pitigliani).
25 - Va infine esclusa la violazione dell'art. 7 CEDU sotto il profilo di una possibile introduzione retroattiva di un trattamento sanzionatorio peggiorativo rispetto alla consolidata prassi precedente, considerato che le Linee Guida sono applicabili, per loro espressa previsione, ai procedimenti "in corso" al momento della loro adozione, ovvero «nei quali non sia stata notificata alle parti la comunicazione delle risultanze istruttorie” (e nel caso in esame la Comunicazione delle Risultanze Istruttorie è stata trasmessa alle parti solo il 21 novembre 2014), secondo il medesimo regime transitorio già adottato dalla Commissione per gli Orientamenti sulle ammende 2006, la cui legittimità è stata confermata anche dal giudice amministrativo (tra le altre, Tar Lazio 7 aprile 2008, n. 2900, confermata da Consiglio di Stato 20 aprile 2011, n. 2438, Telecom-Vodafone-Wind), fermo restando che le stesse Linee Guida si sono limitate a formalizzare orientamenti giurisprudenziali oramai noti e consolidati sul carattere dissuasivo e sull'efficacia deterrente della sanzione antitrust e sulla gravità delle c.d. intese hardcore, impedendo di individuare la violazione di un legittimo affidamento degli interessati.
26 - Del resto anche la durata delle intese, osserva il Collegio, risulta essere stata determinata dall'Autorità alla luce degli elementi probatori al fascicolo ed in un'ottica cautelativa e favorevole per le parti, considerando solo il periodo intercorrente fra le prime riunioni (indipendentemente da precedenti scambi di dati e per il primo cartello l’ultimo incontro, per il secondo cartello l’uscita di Calcestruzzi dall’intesa indipendentemente da ulteriori incontri, ferma l’irrilevanza al riguardo del formale contratto di consulenza con Intermodale.
27 – Quanto al mancato riconoscimento delle possibili circostanze attenuanti connesse alla collaborazione prestata dalle imprese interessate nel corso del procedimento istruttorio, osserva il Collegio che l’Autorità ha debitamente motivato la mancata applicazione, nell’ambito della propria ampia discrezionalità in materia (riconosciuta da Consiglio di Stato, 3 giugno 2014, n. 2838, logistica Internazionale; Consiglio di Stato, 9 febbraio 2011 n. 896, Listino Prezzi della Pasta).con l’esigenza di rispettare il punto 23, secondo trattino, delle Linee Guida sulle sanzioni dell'Autorità, secondo cui «Per le fattispecie che ricadono nell'ambito di applicazione del programma di clemenza dell'Autorità, la cooperazione delle imprese sarà valutata esclusivamente secondo le disposizioni del programma di clemenza». Tale previsione a propria volta, da un lato, risulta conforme agli Orientamenti della Commissione (punto 29, secondo cui la collaborazione, per essere riconosciuta come attenuante, deve avvenire «al di fuori del campo di applicazione della comunicazione sul trattamento favorevole») ed alla finalità di incentivare le imprese nazionali a collaborare efficacemente alla individuazione e repressione delle intese, e dall’altro, prevedendo oltre all'immunità da sanzione per la prima impresa che abbia fornito piena collaborazione, la possibilità di beneficiare di una riduzione delle sanzioni applicabili per le altre imprese che forniscano un'effettiva collaborazione nell’ambito del medesimo programma di clemenza, appare idonea ad assicurare i medesimi effetti della prassi della Commissione europea che riconosce in alcuni casi la riduzione per efficace collaborazione anche in fattispecie in cui vi era stata applicazione del programma di clemenza, imponendo alle imprese interessate –a giudizio del Collegio in modo non irragionevole o vessatorio o discriminatorio, e quindi non illegittimo- l’onere di aderire al programma di clemenza al fine di poter beneficiare di una riduzione della pena in ragione del proprio atteggiamento collaborativo nel corso del procedimento.
28 – Quanto al mancato riconoscimento del “ravvedimento operoso” che sarebbe stato ampiamente dimostrato dalle imprese interessate dal procedimento, osserva altresì il Collegio che l’Autorità ha debitamente motivato di ritenere le predette circostanze inidonee ai fini del riconoscimento di un'attenuante secondo quanto previsto dal punto 23, primo trattino, delle proprie Linee Guida (conformemente al punto 29 degli Orientamenti), secondo cui affinché un "ravvedimento operoso" possa condurre a una riduzione della sanzione, la società deve aver tempestivamente adottato iniziative adeguate per mitigare gli effetti della violazione, ripristinando le condizioni di concorrenza precedenti all'infrazione o attuando misure risarcitorie in favore dei soggetti danneggiati dall'illecito, non essendo quindi rilevante la mera interruzione, come nel caso considerato, del comportamento illecito (in tal senso Consiglio di Stato 24 ottobre 2014, n. 5276, Cosmetici; 23 maggio 2012, n. 3026, GPL), anche se avvenuta in data anteriore all'avvio dell'istruttoria (in tal senso Consiglio di Stato 24 ottobre 2014, n. 5276, Cosmetici; 23 maggio 2012, n. 3026, GPL).
29 - Analogamente, la mancata considerazione, quale circostanza attenuante, dei programmi di compliance antitrust di talune delle imprese coinvolte viene debitamente motivata dall’Autorità con la circostanza che si tratta di iniziative successive all'invio della Comunicazione delle Risultanze Istruttorie (CRI) alle parti, non consentendo un'adeguata valutazione da parte dell'Autorità, in merito all’effettivo impegno al loro rispetto ed all'efficacia della loro attuazione.
Viceversa, l’Autorità dimostra di aver debitamente considerato, nel provvedimento sanzionatorio, le misure di governance e comportamentali adottate dalle società interessate con riguardo alla comune impresa di trasporto NEL, avendo escluso, per l’effetto, sia la partecipazione di NEL all'intesa, sia la rilevanza della circolazione di informazioni fra i soci produttori di calcestruzzo all'interno del C.d.A. di NEL.
[omissis]


P.Q.M.


Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 10 febbraio 2016 con l'intervento dei magistrati:
Giulia Ferrari, Presidente FF
Raffaello Sestini, Consigliere, Estensore
Ivo Correale, Consigliere
 


 

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

Con la pronuncia in commento, il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha esaminato il ricorso proposto da Soc. Calcestruzzi Trieste Nord-Est avverso il provvedimento sanzionatorio emesso dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato nei confronti un gruppo di imprese, operanti nel mercato del calcestruzzo che, secondo quanto accerta dall’Autorità, avrebbero posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza.

La sentenza in esame costituisce un primo test e una prima valutazione sull’applicazione l’applicazione dei criteri di calcolo della sanzione amministrativa irrogata dall’Autorità di cui alle Linee Guida pubblicate dalla stessa nel 2014, con particolare riferimento alle imprese c.d. “monoprodotto”, ossia quelle imprese il cui fatturato complessivo, preso in considerazione ai fini del calcolo della sanzione, deriva dalle vendite effettuate su un solo mercato del prodotto, coincidente con il mercato interessato dalla condotta sanzionata.

 

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

La sentenza in esame ha trattato alcuni aspetti di particolare interesse con riferimento, inter alia, alla valutazione della gravità della violazione e alle modalità della quantificazione ed applicazione della sanzione irrogata da parte dell'Autorità.

In merito alla gravità della violazione, il Tar ha ritenuto che le condotte contestate (assegnazione e ripartizione delle forniture di calcestruzzo sulla base delle quote di mercato dei cartellisti, nonché scambio di informazioni sui prezzi di vendita praticati alla clientela con conseguente politica di appoggio e di astensione in favore dell'impresa “assegnataria” del cantiere) permettessero una concertazione delle rispettive politiche di prezzo ed una spartizione della clientela che consentiva ai partecipanti all'intesa restrittiva di mantenere la clientela storica e prezzi più elevati. Tale forma di intesa restrittiva configurava, secondo il Tar (il quale richiama sul punto l’avviso della Corte di Giustizia), una delle più gravi forme di violazione del diritto della concorrenza, qualificabile, di per sé, come violazione oggettivamente e intrinsecamente grave e da cui deriva la responsabilità oggettiva delle imprese che ad essa prendono parte.

Per quanto concerne la graduazione della sanzione, il Tar ha ritenuto che l'Autorità, in ragione della gravità della violazione, abbia operato correttamente, anche in virtù della necessità di una valutazione di adeguatezza sotto il profilo della deterrenza applicando quale parametro di partenza per la quantificazione dell'ammenda il range del 15-30%, basato sulle Linee Guida Agcm del 2014 e sugli Orientamenti della Commissione sul calcolo delle ammende, riducendo poi la sanzione al minore importo corrispondente al 10% del fatturato complessivo dell'impresa, in ossequio al limite edittale previsto dalla normativa nazionale (cfr. art. 15 L.n. 287/1990).

Tale riduzione al limite massimo del 10% del fatturato  ha quindi di fatto assorbito ogni ulteriore riduzione della sanzione, in particolare per l’applicazione di circostanze attenuanti, che sarebbe potuta derivare dal grado di coinvolgimento della ricorrente e dal comportamento collaborativo dimostrato dalla stessa nel corso della procedura amministrativa.

Secondo il Tar, inoltre, la commisurazione della sanzione esclusivamente in funzione dell'oggettiva gravità della condotta, tramite l'applicazione del fatturato interessato come parametro di riferimento per la quantificazione della sanzione, non risulta pregiudicata dal fatto che nel caso di specie, trattandosi di impresa monoprodotto, il fatturato riferito all'attività contestata esaurisce o quasi il fatturato complessivo dell'impresa coinvolta nel cartello, in quanto l'impresa verrebbe comunque sanzionata entro il limite edittale del 10% del fatturato complessivo e, quindi, non vi sarebbe alcuna disparità di trattamento sulla base del principio di legge.

 

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La sentenza in commento risulta di notevole interesse per aver fornito una prima interpretazione, peraltro fortemente restrittiva, dei criteri di calcolo della sanzione di cui alle Linee Guida Agcm del 2014 in caso di violazione della normativa in materia di intese restrittive.

Ripercorrendo brevemente il quadro normativo e regolatorio di riferimento, la normativa nazionale (art.15 della L.n. 287/1990) prevede che la sanzione non possa in ogni caso superare la soglia massima edittale del 10% del fatturato complessivo dell’impresa sanzionata.

Con le Linee Guida del 2014, l’Autorità ha inteso fornire un quadro di riferimento circa i criteri seguiti nel calcolo delle sanzioni.

In particolare, per il calcolo del c.d. “importo base”, le Linee Guida prevedono la moltiplicazione di una quota del valore delle vendite (sino ad un massimo del 30%) per il numero di anni dell’infrazione. Per le condotte ritenute di particolare gravità (fissazione di prezzi, spartizione dei mercati e limitazione della produzione), la percentuale del valore delle vendite considerata è, in base alle Linee Guida, “di regola non inferiore al 15%”.

La questione posta dal caso di specie riguarda il coordinamento dell’applicazione del valore minimo del 15% del valore vendite, previsto per le infrazioni più gravi, e del limite edittale della sanzione del 10% alle imprese cosiddette monoprodotto, per le quali il fatturato generale (derivante da tutte le vendite) e il fatturato specifico (derivante dalle vendite del prodotto a cui è riferita la violazione) sono sostanzialmente coincidenti, con il conseguente innescarsi di un meccanismo sanzionatorio automatico: applicando infatti il valore di base nel range tra il 15% e il 30% del fatturato per l’attività sanzionata – nonché unica attività svolta dall’impresa – si supera sempre il 10% del fatturato, finendo giocoforza per applicare in automatico una sanzione pari al massimo edittale.

Un siffatto meccanismo sembra porre dei dubbi di compatibilità con il principio della proporzionalità della sanzione, sotto molteplici profili che il Tar pare non tenere nella dovuta considerazione.

In primo luogo, viene meno la possibilità della effettiva graduazione della sanzione: avendo infatti le società già “beneficiato” di una riduzione della sanzione al massimo edittale, risulterà sostanzialmente esclusa la possibilità di applicazione di ogni altro criterio di graduazione e riduzione (prime fra tutte le circostanze attenuanti), pur contemplato dalla legge e dalle Linee Guida.

Ciò comporta non solo la mancata “personalizzazione” della sanzione, ma anche un indebito “livellamento” delle sanzioni per condotte completamente difformi o per ruoli ben diversi all'interno della stessa intesa restrittiva.

Tale profilo, sul quale peraltro pende giudizio innanzi la Corte di Giustizia, su rinvio effettuato dal Consiglio di Stato in relazione a questioni di simile tenore (cfr. sentenze parziali e contestuali ordinanze di rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato del 14 agosto 2015, n. 3944, Italsempione, e del 4 settembre 2015, n. 4114, Albini & Pitigliani), appare di cruciale importanza, ma è al contrario risolto forse troppo sbrigativamente superficialmente dal Tar, il quale si limita ad affermare che le imprese monoprodotto vengono trattate  “al pari di ogni altra impresa”, in ragione dell’applicazione dei medesimi criteri a tutte le tipologie di operatori, risultando persino favorite nell’applicazione della garanzia del massimo edittale.

Orbene, si osserva, in primo luogo, che le criticità paiono derivare proprio dall’applicazione indistinta dei medesimi criteri a tutte le tipologie di imprese, in quanto non viene considerata l’esistenza di situazioni tra loro dissimili, che richiederebbe una differenziazione del trattamento sanzionatorio tramite l’adattamento dei criteri.

 

Appare, inoltre, piuttosto difficile ritenere che l’impresa monoprodotto risulti addirittura favorita dal meccanismo automatico di cui sopra: il Tar osserva, a tal riguardo, che per l’impresa monoprodotto l’applicazione della “garanzia” del massimo edittale del 10% risulterebbe più incisiva proprio in ragione della coincidenza tra fatturato generale e specifico.

 

Tuttavia, la garanzia di cui parla il Tar altro non è che un limite posto al potere sanzionatorio dell’Autorità, ma non riguarda la graduazione e l’adattamento della sanzione sul soggetto e in base alla condotta. Tale “garanzia”, al contrario, a causa del meccanismo automatico che si genera, si trasforma nell’applicazione di una sanzione oggettiva e (percentualmente) fissa, in spregio ai principi di proporzionalità e adeguatezza della sanzione.

Il Tar sembra infine giustificare il mantenimento della base di calcolo al 15% in ragione dell’esigenza di maggior deterrenza che si imporrebbe con riferimento alle imprese monoprodotto, per le quali sussisterebbe un maggior incentivo all’infrazione dal momento che il guadagno interesserebbe l'integralità del loro fatturato, con prospettiva di maggior profitto rispetto alle altre tipologie di imprese.

A ben vedere, l'applicazione di una sanzione massima automatica e sostanzialmente fissa può al contrario rivelarsi non efficace sotto il profilo della deterrenza, poiché l’impresa potrebbe risultare incentivata ad aggravare (o comunque a non far nulla per attenuare) una violazione (nella durata o nelle modalità), se consapevole che non verranno considerati altri criteri di riduzione della sanzione che possano portarla ad essere sanzionata al di sotto del 10% del proprio fatturato.


 

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